Appunti sulle Foreste Casentinesi 1 - Camaldoli

Da casa mia, la via più breve e con meno traffico per arrivare in Casentino passa da paesi un po' tristi e dai nomi bizzarri, Ambra, Bucine, Capolona.

In un punto di quella strada, ogni volta che passo, lancio uno sguardo a una collina da cui spunta un casolare ormai in abbandono: l’ultimo inquilino ad averci abitato, quindici anni fa, era un mio amico, avevamo una band, e una volta in quel casolare ci addormentammo all’alba dopo aver suonato in un locale a Napoli e aver guidato per il resto della notte. Fuori l’erba era ghiacciata, era appena spuntato il sole, solo una stanza era riscaldata da una stufetta, passammo una mezz’ora a fumare, come per celebrare il viaggio e accogliere la distensione, e poi ci seppellimmo stremati sotto tonnellate di coperte. Ogni anno ripasso almeno una volta da quella strada, ogni anno il casolare è un po' più invisibile, coperto dalla giungla di robinie, ailanti e lecci che sta crescendo intorno.

La prima volta che sono stato a Camaldoli era il 4 novembre 2018: la prima escursione del corso di guida ambientale escursionista (GAE).
Il nostro prof / guida si chiamava (di cognome) come il più famoso dei cerbiatti: per questo era stato scelto per accompagnarci nella sacra foresta di Camaldoli?
Seguimmo il suo preambolo, accanto al ponticello sul torrente basso, sotto il monastero, tutti attenti, forse in segreto emozionati come al primo giorno di scuola.
Camminando in salita, nella luce scura che filtrava dagli abeti alti quaranta metri, si cominciò a fare amicizia tra aspiranti guide.
Attraversammo sorgenti e ruscelli, vedemmo daini e amanite falloidi.
Il prof col nome da cerbiatto ci spiegò la differenze tra abete bianco, douglasia e abete rosso. Io, cresciuto in mezzo ai boschi, pensavo di avere discrete conoscenze di piante: non ne sapevo niente.
A fine giornata circondammo in gruppo il tronco immenso di un castagno millenario: l’abbraccio al gigante vegetale fu appropriato, il coro “Per il GAE / hip hip / hurrà” lanciato dal prof ebbe un retrogusto scout un po’ forzato, ma un ponce al bar del Monastero, dopo una giornata sempre sotto i cinque gradi, infuse nuova vita. Guidammo fino alla Verna, nelle cui enormi foresterie avremmo dormito in vista della seconda escursione, il mattino dopo.
La promiscuità da camerata fu affrontata con invidiabile naturalezza da tutti.
A cena uno di noi raccontò il suo viaggio in bici di quattro mesi in America Centrale.
Ci servirono cavatelli in brodo che sembravano crocchette per cani, e poi porchetta, fagioli, insalata. Grazie a diverse caraffe dell’infido vino rosso (mai fidarsi di un rosso a dodici gradi) facemmo baracca – come direbbero in Romagna, sull’altro versante del Parco delle Foreste Casentinesi – finché la più sportiva delle signore a servire ci disse “Cos’è, il tavolo degli artisti?”.

La seconda volta a Camaldoli fu per un’altra escursione, sempre per il corso guide, ma era gennaio, il bosco era pieno di neve e diffondeva una luce quasi azzurra.

Stavolta non ci accompagnava il prof-cerbiatto, ma una guida esperta di marketing, con gli occhi gialli e una voce da attore, simile a quella, clamorosa, di Roberto Pedicini.

Pedicini ci fece partire dall’Eremo, il percorso ci sembrava strano, dopo mezz’ora ci ritrovammo di nuovo alle macchine; falsa partenza. Pedicini si scusò, e prendemmo il sentiero giusto. Salivamo lentissimi, passo dopo passo nella neve, nel bosco di abeti carichi di neve. Non ho un rapporto semplice con la neve.
La neve, se è alta tra 50 cm e un metro, e ci devi camminare dentro, è bella per i primi dieci minuti, poi la detesti, poi diventa un disagio, poi cammini con fatica, poi cammini nella farina e ti sembra di volare, poi pensi ai benefici per i quadricipiti e la soglia aerobica, poi ti spremi in trecento metri di dislivello tutti di seguito, e la foresta è ancora bianca, e ci sono i dirupi, ma la neve ti dà la sensazione di poter sempre cadere sul soffice, poi la odi perché è solo fatica, poi ti fa sorridere perché sai che toglie qualcosa a te, ma toglie di mezzo anche i rumori, le auto, i motociclisti, in generale l’arroganza umana: affare fatto.

Pedicini, a turno, fece fare da guida a noi, “Per farvi prendere confidenza con l’orientamento e le mappe offline”, certo.
Arrivati al Passo Fangacci, dopo un tratto di asfalto maledetto, venne fuori un tramonto incredibile, da restarci secchi.

Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna è il cuore verde dell’Italia centrale. Copre 36.000 ettari, divisi fra le province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze. Si estende lungo la dorsale appenninica, più aspro lungo il versante romagnolo, più dolce e graduale sul versante toscano, fino all’ampio fondovalle formato dall’Arno.
Si potrebbe attraversare il Parco in tutta la sua estensione senza mai uscire dal manto verde che lo avvolge; il rapporto tra queste foreste millenarie e l’uomo ha radici documentate fin dal 1012, quando San Romualdo diede vita all’Ordine dei Monaci Camaldolesi, che per secoli sarebbero stati custodi e gestori di questo patrimonio. Da questi alberi fu tratto il pregiato legname per le impalcature di opere monumentali come il gigantesco Duomo di Firenze, o le travi lunghe e dritte per costruire le navi della flotta pisana.

Carta generale Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

Che le escursioni da aspiranti guide fossero partite dall’Eremo di Camaldoli, dunque, aveva un suo profondo senso, anche se non potevo avere idea, in quel momento, che nelle Foreste sarei poi tornato per lavoro ogni anno, e in ogni stagione.
L’ultima escursione che feci a Camaldoli “da studente”, prima di lavorarci, fu al seguito della mia guida preferita: lui studiava i differenti tipi di farfalle delle praterie di crinale, ci muovevamo negli spazi aperti, nelle erbe alte mosse dal vento, sotto un cielo di un blu quasi inverosimile, ogni tanto riposavamo nell’ombra della faggeta.

Con noi c’era un tizio assurdo e carismatico, che nella vita, per lavoro, saliva sui tralicci a riparare i cavi di alta tensione: diventò subito “Dino Giuffrè”, quel personaggio che ne Le conseguenze dell’amore si vede solo in una scena, l’ultima. “Dino Giuffrè è il mio migliore amico e basta”, dice Titta di Girolamo (Toni Servillo).

Dino Giuffré - Le conseguenze dell’amore

Alla vigilia del mio primo giro in bicicletta come accompagnatore, avevo un appuntamento per l’igiene dentale. Il mio dentista storico, che negli anni stava sempre più somigliando al dottor Jacobi di Twin Peaks, apparve per chiedermi come andava col lavoro. Bene, domani vado in Casentino. Non mi chiese a fare che, ma disse: Ah, in Casentino! Sarà già tempo di porcini. Io però non posso più mangiarli, disse, mi fanno stare male, quindi ne mangio una padellata intera una volta sola, a inizio stagione: così sto male bene.

La prima volta che lavorai nel parco vidi da vicino, per la prima volta, una martora.
Era morta, stesa da poco da una macchina.

Vidi il suo occhio esploso nell’impatto, schizzato fuori dall’orbita, e la sontuosa pelliccia bruna rossiccia, la coda folta, il sangue dalla bocca, i denti aguzzi di un bianco puro, come anche la chiazza bianca uniforme sul petto, le bellissime zampe nere vellutate, e i cuscinetti neri, morbidi, da gatto.
Sarei stato del tempo a guardarla, o almeno l’avrei tolta dalla strada, ma passavano automobilisti, proprio in quel momento, e rallentavano curiosissimi come in autostrada per gli incidenti stradali, e magari pensavano che l’avevo uccisa io, e poi mi faceva male vedere quel corpicino perfetto morto male così, e avrei dovuto spiegare cose ai clienti, e quindi scappai.

Feci per la prima volta in bicicletta i sei chilometri di salita all’Eremo.
La pendenza era notevole solo nel primo chilometro, poi un falsopiano benefico che ti lasciava immergere in quella meraviglia: un tetto di faggi, abeti bianchi e aceri montani, un tetto verde alto mai meno di trenta metri, un silenzio, quello sì, sacro.

Sei chilometri di un territorio diverso, impressionante, dove viene da stare zitti e commuoversi, dove si ha la chiara sensazione di essere niente, ma posizionati, per miracolo, nel luogo giusto: l’unico dove forse sarebbe possibile sentirsi ancora tutto.

Ho imparato alcune cose, col tempo: anche in un luogo del genere, c’è chi non si renderà mai conto, e continuerà a parlare, anche all’infinito, di posizioni bancarie, di cronaca rosa, di quanto ha pagato la sua bici.
Ma c’è anche, e ci sarà sempre, chi è capace di riconoscere questo posto sacro anche solo dall’atmosfera diversa che si respira: dal silenzio diverso che si sente.

Quella volta lasciai scorrere i ciclisti e mi fermai a bere da solo presso una fonte dove l’acqua scorreva lentissima. Sentii un rumore di foglie, mi voltai, non c’era niente, guardai bene per terra e tra le foglie vidi il muso di un essere minuscolo, forse un’arvicola, forse un topolino di campagna minuscolo. Rimase qualche secondo immobile, poi rientrò nel buco, sparendo tra le foglie.

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Chianciano è… strategica!