Chianciano è… strategica!

Cinque giorni fa dovevo partire per Chianciano, e alle 6.30 di mattina ho aperto le imposte (preferisco non chiamarle persiane, in questo periodo: mi fa pensare a bombardamenti arbitrari).
Dopo un minuto, lo spazio della finestra è stato presidiato da un uccello estremamente aggressivo. È un passero robusto, marrone e bianco, lo stesso dell’anno scorso; come l’anno scorso, ha fatto il nido sotto le tegole vicine alla finestra, e lo ha fatto in un periodo in cui le persiane, cioè le imposte, restano sempre chiuse, dato che chi dovrebbe aprirle, cioè io, in primavera non è quasi mai a casa. Si aspettava di essere solo in una grande terra, senza nessuno a contendergliela; e ora che si è accorto che qualcuno c’è, è furioso. Svolazza sospeso come un colibrì, in maniera intimidatoria, davanti al vetro della finestra, produce suoni minacciosi (anche un cinguettìo, credetemi, può esserlo), a tratti becchetta direttamente il vetro. Avrei voluto dirgli: guarda che me ne vado subito. Per almeno quattro giorni, il tuo territorio sarà solo tuo. Io vado a Chianciano Terme.

Cosa vuol dire sentirsi in pericolo

Quando presento il tour ai clienti, comincio quasi scusandomi per la crisi che ha colpito Chianciano Terme: sapete, lascio intendere con giri di parole il più possibile accomodanti, da quando il sistema sanitario nazionale non passa più gratuitamente le cure termali (cioè molti anni), gli stessi quartieri nuovi dove negli anni Settanta spuntavano come funghi alberghi a dieci piani sempre zeppi di commercianti, conferenzieri e nottambuli, col tempo hanno cominciato ad avere l’aria, con le loro insegne divelte, le foglie secche davanti ai portoni sbarrati, il dominante colore marrone, di una cittadina della DDR.
“So che il paese può apparire… Come dire…”
Con un metodo che devo avere imparato da qualche grande oratore romano poi morto avvelenato, comincio da un dettaglio negativo per poi scoprire il gioiello: d’accordo, l’epoca d’oro è passata, ma dimenticate l’aria decadente: Chianciano è strategica! Almeno per noi, che ci muoviamo in bici.
Puoi comporre un quadrifoglio, e ogni giorno vedere una terra diversa.
Il primo giorno puoi attraversare le foreste selvagge con vista sul monte Cetona, la faggeta di Pietraporciana e il serpente di cipressi di Lucciolabella; il secondo, puoi scioglierti in un acquerello ed essere inghiottito dalle cartoline della Val d’Orcia; non sarà poi male, al terzo, avvitarsi tra i filari del Nobile di Montepulciano, lungo sterrate dalle curve lunghe e le salite feroci; e infine, al quarto, scendere nel verde planiziale del lago di Chiusi.

È un viaggio sfaccettatissimo, che contraddice l’idea stessa del “tipico toscano” (leggi: poggetto con cipressi a pennello piantati sei anni fa da un americano con 2 milioni di follower): non esiste nessun tipico toscano, se non per Instagram o per Pieraccioni, e il bello è proprio che la Toscana è duemila cose diverse, ma la prima regola degli oratori romani è: tieni per te questi discorsi.
Insomma, Chianciano non è Vernazza (e perché mai dovrebbe), ma guardatevi intorno! Che poi, tutto sommato, anche la parte vecchia…

Chianciano Terme, borgo storico

Il primo giorno abbiamo attraversato Castiglioncello del Trinoro, che alcuni chiamano Castiglioncello sul Trinoro, come se fosse un primo di pesce, e a loro mi accodo.
Ho chiesto a molti cosa sia il Trinoro: nessuno lo sa; ma il paese, anticamente, si chiamava Castiglione dei Ladri.
Castiglioncello è in montagna, a 850 di altitudine, circondato da boschi e silenzio, di fronte ha la cima del Cetona, più lontano la torre di Radicofani. È uno di quei borghi che settant’anni fa poteva avere duecento abitanti, e nel nuovo millennio dieci. Così è stato comprato in blocco da un uomo molto ricco, e adesso è un boutique hotel, bellissimo e finto, e il suo nome è Monteverdi Tuscany.
Case ristrutturate ad arte invece che diroccate; vie con cartelli in legno decorati a tempera blu che si chiamano “Monteverdi Green Street”; un gigantesco gatto-mascotte di nome Chester; clienti che se trovassero nel menù “pici con grattugiata di smeraldi” li ordinerebbero al volo; molte persone dei paesi vicini che grazie a tutto ciò hanno un lavoro. Vostro onore, la questione è complessa, non sono in grado di deliberare.

Castiglioncello del Trinoro (o “Monteverdi Tuscany”), piazza principale

Appena prima di Castiglioncello ho avvistato un rapace: apertura alare notevole, coda corta e larga, aperta a ventaglio, momenti improvvisi di volo sghembo e velocissimo, come ubriaco. Avvicinandomi, e riconoscendo il colore (tra antracite e blu) e le ali barrate di nero, non ci sono stati dubbi: maschio adulto di albanella reale, bellissimo.

maschio di albanella reale

Il secondo giorno siamo passati da un albero monumentale sulla via Francigena, la Quercia delle Checche, e un cliente, appena ha sentito il nome, ha fatto la battuta. Ora, io passo dalla Quercia da anni, più volte all’anno, e ogni volta c’è qualcuno che fa la battuta e qualcun altro che sghignazza, e ci sarebbero molte considerazioni interessanti da fare, ma mi limito a due.
La prima è che non è vero, non è mai stato vero che “non si può più dire niente”: in Italia si può dire davvero tutto.
La seconda è che crescere sul lavoro può voler dire anche incontrare un cliente che, appena dopo la battuta sulle “checche”, dice “tu pensa la soddisfazione a segarlo, quell’albero”, ed è magari pure uno juventino che si sente vittima del sistema, e magari dice cose tipo “i libri sono buoni per il fuoco”, e sicuramente direbbe che “non si può più dire niente”, insomma, praticamente la tua nemesi, ma tu riesci a mettere da parte tutto questo (che non è pochissimo) e a costruirci un rapporto cordiale imperniato su una sola cosa, qualcosa che hai intravisto e da cui gli hai aperto un varco per una risata che col passare delle ore diventa, magari, un piccolo tormentone.

Quercia delle Checche, comune di Pienza

Nei prati aperti sotto Vitaleta la mia app ha riconosciuto: allodola, strillozzo, tordo bottaccio, cardellino, poiana comune.  

A Vitaleta i visitatori giapponesi e coreani erano più della metà del totale. Noleggiano grandi automobili con targa italiana. Guidano i maschi. Le femmine sono vestite, a marzo come a luglio, con un abito bianco, o color crema, che a noi potrebbe sembrare nuziale.

Dalle parti di Vitaleta, un metà aprile del 2026

Di rado ho avuto la fortuna di pedalare per questi posti in una tale condizione magica: metà aprile, non troppi turisti, sole deciso ma aria fresca, cielo blu cobalto. È stata una fortuna vera.


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L’Agnese va a morire