Appunti sulle Foreste Casentinesi 2 - La Verna

Metto le mani avanti: il Santuario della Verna conserva sprazzi del suo spirito originario, custodisce ancora silenzi profondi, è tutt’ora capace, a tratti, di far sembrare intatta la linea temporale che lo lega a ottocento anni fa, quando Francesco d’Assisi ne fece il luogo d’elezione della sua fede, e il conte Orlando Cattani di Chiusi, ammaliato dal carisma del santo, si convinse a donargli alcune terre di sua proprietà, inclusi il monte Penna e quel grande sperone di roccia che sarebbe apparso anche nei dipinti di Michelangelo.

C’è ancora una magia e, almeno per chi non è baciato dalla fede, la si riscontra nel mondo vegetale che circonda il santuario, nei faggi giganteschi che lo sorvegliano, nel tappeto arancione e morbido su cui si cammina in novembre, nell’aria pulita, ricca dei suoni di creature selvatiche, nella neve che insiste a cadere in inverno, nella luce diffusa, che è diversa dalle altre.

Mi si perdonerà, quindi, se avviso i lettori che ciò che ho elencato sopra si può apprezzare in momenti precisi e brevi: il tramonto, la notte, meglio ancora l’alba; e che in tutto il resto del tempo il luogo ha molte più cose in comune con un autogrill, un centro commerciale, un palazzetto dello sport, un corso di città, piuttosto che con un eremo pensato per l’eremitaggio e la preghiera, e come santuario, più che di Francesco, sembra celebrativo del neocapitalismo spicciolo, quello dei torpedoni del sabato mattina, delle adunate di motociclisti che amano viaggiare leggeri con un mezzo di settecento chili e tre valigie per fiancata, dei parcheggi oceanici, del ristorante calmierato, dei grupponi di anziani stremati dopo tre scalini.

Non vorrei che le cronache che seguono sembrassero poco rispettose: sono racconti di un miscredente che, oltretutto, ha appena messo le mani avanti.

Un luogo simile al Santuario della Verna in estate

La prima volta che sono stato alla Verna ci ho anche dormito. Il mattino dopo ci attendeva la seconda uscita del corso guide, e fummo buttati giù dal letto alle 6.30 da un frastuono incredibile, che ci fece pensare a un bombardamento: no, erano campane.
Per svegliarmi e recuperare l’uso del mio apparato uditivo, feci due passi verso il Sasso Spicco. Sentii deboli riverberi di una specie di organo dentro qualche grotta, e pensai che le tremende campane del Santuario avessero lasciato in dote alle mie orecchie uno stato allucinatorio permanente. Mi avvicinai, scesi le scale della grotta. Non poteva essere un organo, era qualcosa di diverso, forse frati che cantavano, forse una melodia gregoriana rivoluzionaria, che dalla mono-tonia delle abbazie romaniche si era aperta a note soffuse venute dall’oriente: forse, appunto, un’allucinazione.

Entrai nella grotta: era il mio amico Igor, e stava suonando il suo strumento, una rav drum. Rimasi mezz’ora ad ascoltarlo, e fu un’alba bella.

rav drum: ascoltàtelo, suonàtelo

La nostra uscita cominciò con una lezione, per così dire, di teoria, o forse teologia.
Il prof ci portò vicino a uno dei faggi più grandi e longevi d’Italia e disse: “Quel faggio è Francesco”.
Il prof raccontò alcuni miracoli del santo, dando per scontato che fossero accaduti davvero.
Disse che Francesco “Voleva parlare agli ultimi degli ultimi, ma credeva comunque molto nella Chiesa”.
Disse che “Parlò col Brigante Lupo e lo convinse a diventare Fratello Agnello”, però quando aggiunse “Ci parlò in modo molto amichevole” lo disse con un tono non troppo diverso da quando Mariano Giusti (Corrado Guzzanti nella serie Boris) racconta di essere stato avvicinato da Gesù sulla Roma-L’Aquila: “Lui è venuto da me, e ho subito accostato; che fai, non accosti?”
“Ma ti parlava in italiano?”
“In un perfetto italiano, perché?”

Finalmente cominciammo a camminare tra i faggi. Era novembre, tutto era colorato di giallo, arancio, rosso. Vedemmo una vecchia carbonaia, escrementi di lupo presso un quadrivio, e un sacco di reliquie, grotticelle, tabernacoli, tutti gli ingredienti canonici del culto, anche se le creazioni della natura sembravano continuamente più potenti delle creazioni – architettoniche o mentali – dell’uomo. Rientrati al Santuario, un frate sorridente ci raccontò di aver beccato, in gioventù, due focolai di broncopolmonite dopo una caduta nel fiume in inverno, e di essere quindi costretto a indossare sandali con calzini protettivi. Tutti gli altri frati avevano i piedi nudi.

Salendo verso la Verna c’è uno dei miei cimiteri di campagna preferiti, e per almeno tre anni consecutivi ci ho incontrato un gatto bianco e nero, enorme, sempre accovacciato sul lato in ombra del muro.

Una volta, sulla strada di bosco che da Chitignano porta a Chiusi della Verna, vidi passare Edda in bicicletta. Edda è un cantante e chitarrista, non lo conoscono in molti, ma è uno di quegli artisti che chi lo conosce, se gli dici che non lo conosci, ti guarda come se gli avessi detto che non sia chi sia Marlon Brando.
Edda pedalava piano, era da solo, seduto in una bici con delle borse, indossava delle cuffie. Gli dissi: “Ma sei Edda! Complimenti!”
La parola complimenti, in verità, significava altro, per la precisione “Non mi sarei mai aspettato di vedere un artista indie rock pedalare da solo per le foreste della Verna, non conosco le tue canzoni, una volta ti ho visto in concerto e non mi è piaciuto molto, gli amici indie rock erano esaltati ma io no, eppure mi sei simpatico e spero tu faccia ancora molti dischi, mi fa piacere averti visto, mi fa piacere che un essere pensante popoli queste foreste e le percorra come casa sua”.

So che “complimenti” non era il termine appropriato, ma provate voi a dire tutte queste cose a uno che passa in bici senza fermarsi.

Stefano Rampoldi, in arte EDDA

Una volta, dopo essere stato alla Verna, finito il lavoro, andai a correre verso un paese semiabbandonato arroccato in collina, Marciano, e appena entrato nella parte vecchia del paese apparve una gatta tigrata che mi seguì ovunque per un’ora. Lasciati a malincuore il paese, e la gatta, attraversai un torrente, risalii nel bosco fino a un casale sperduto dove venni accolto da due cani giganti, un maremmano e un bastardone. Il bastardone aveva gli occhi arancioni, saggi e malinconici, completamente senzienti.
Rimasi fermo, non terrorizzato ma nemmeno euforico. I due cani enormi mi uggiolarono intorno, poi cominciarono a strusciarmi le teste (enormi) addosso. Sentii in lontananza la musica di una radiolina, provai a fare una voce, mi rispose un vecchio: “Vieni, vieni! Unn’avé paura”. Mi offrì acqua fresca, si fece amicizia.

Ogni volta che passo dal Santuario della Verna penso che magari è tutto ancora secondo la regola di Francesco:
- Parcheggio strisce blu, 2 euro l’ora
- Schiacciata mortadella 6 euro
- Aggiunta di ingrediente: + 1 euro
- Tortelli 12
- Patate fritte 7.

Il viale d’ingresso, coi suoi faggi immensi e luminosi, basta da solo a rendere conto della spiritualità del luogo; non ne vedo, invece, nelle migliaia di gitanti di gruppo, che troppo spesso mi sembrano simili, nei desideri e negli intenti, a quelli di qualsiasi altra gita estiva in un posto fresco; e so di sbagliare, perché ognuno ha le sue ragioni e i suoi segreti.
Come quella volta che, nel piazzale d’ingresso, sotto un faggio, vidi un disabile in carrozzina. Apparteneva a quel genere di invalidi pieni di energia, che si muovono continuamente e hanno un ghigno simile a un sorriso, come Francesca, la figlia di una parente alla lontana che da bambino, in occasione di rare cene con la sua famiglia, osservavo con curiosità e senza capire, capendo solo la prova assurda a cui erano stati sottoposti i suoi genitori.
La carrozzina era spinta dal padre, che aveva un aspetto vigoroso e pieno di dignità, lo sguardo pieno di malinconia e silenzi. La madre era più anziana, o forse aveva sulle spalle tanti anni in più, dati solo dal dolore.
Io l’ho sempre pensata come Darwin, anche da bambino, senza conoscere Darwin, anche quando vedevo Francesca: non c’è nessun disegno, nessun creazionismo, il male del mondo (come quando, a Darwin, morì una figlia di tubercolosi) non ha alcun senso. Commosso da quella famiglia che continuavo a osservare, dissi a un amico che se una religione era riuscita a far credere che la nascita di un figlio con disabilità grave fosse una prova in più dell’esistenza di una divinità, beh, quella religione aveva vinto. Lui mi rispose che se il rafforzamento della propria fede, anche dopo un evento sciagurato, portava nel mondo un briciolo di commozione in più (cum patior – immedesimarsi nella sofferenza altrui), un affetto maggiorato verso un essere più debole, un amore ancora più forte verso un figlio, di certo non poteva essere un male.

Una volta, per arrivare alla Verna, dovevo passare dal passo dello Spino.
Era un 26 giugno caldissimo, una giornata di estate dura e pura. Mi fermai a riempire bottiglie d’acqua da una fonte molto fresca che sgorgava da una roccia, poi entrai in un bar a Pieve Santo Stefano.
Nel bar c’erano solo la barista giovanissima, che mi preparò un gelato gigante, e due energumeni che parlavano a voce bassa con una birra in mano, la bottiglia verde che luccicava di gocce fredde. La Gazzetta era sdraiata sul banco, il paese era addormentato, anche i muratori parlavano piano, il sole arrivava ovunque tranne nel bar, che era un rifugio d’ombra dove però la luce filtrava da due ingressi diversi.

C’è una poesia di Sandro Penna perfetta per quel momento, questa:

Il treno tarderà di almeno un’ora
L’acqua del mare si fa più turchina
Sul muro calcinato il campanello
casalingo non suona. La panchina
di ferro scotta al sole. Le cicale
sono le sole padrone dell’ora
.

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Un saluto agli amici degli Uffizi