I nostri anni Ottanta

Dopo i primi due episodi di C’era una volta in Italia, cioè Gli anni Sessanta e Gli anni Settanta, Enrico Deaglio, insieme a Ivan Carozzi, ha da poco pubblicato, sempre per Feltrinelli, il terzo capitolo della sua enciclopedica, trasversale, caleidoscopica storia dell’Italia contemporanea: Gli anni Ottanta.

Cito un episodio all'anno, dal 1980 al 1985, tra i migliaia che si trovano nel libro.

1980 – A Torino il clima è cupo, la violenza onnipresente. Quando la lotta armata arriva a colpire anche i vertici Fiat, uccidendo il 21 settembre 1979 l’ingegner Carlo Ghiglieno, responsabile pianificazione gruppo auto, la dirigenza Fiat reagisce. Licenzia subito (adducendo contestazioni generiche e accuse non provate) 61 tra operai e sindacalisti attivi nelle lotte lavorative degli anni precedenti. È una prova di forza: i 61 sono ancora popolari in fabbrica? Gli operai li sosterranno? Il sindacato li difenderà? L’azienda scopre le prime crepe tra i lavoratori. La vertenza diventa lunga. La risposta dei licenziati non è compatta. L’azienda propone dimissioni in cambio di una sostanziosa buonuscita. Almeno metà dei 61 licenziati accetta. Prima ancora della Marcia dei quarantamila, il segno che un’epoca è finita.

14 ottobre 1980, “Marcia dei quarantamila”.

1981 – Due giovani giudici, Turone e Colombo, indagando sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli (la cui intera storia è raccontata nel capolavoro di Corrado Stajano Un eroe borghese), sentono uscire il nome di un personaggio poco visibile, ma molto importante. Nelle perquisizioni delle sue residenze, esce dalla cassaforte una lista di nomi: è una tranquilla organizzazione segreta (“un club di gentiluomini”, come la definì Silvio Berlusconi, tessera numero 1816) che agisce nel cuore delle istituzioni italiane.
La dirige un imprenditore – ramo materassi – che a 17 anni si è arruolato nelle forze franchiste per combattere la Repubblica in Spagna, e 40 anni dopo, nel 1976, è stato l'orchestratore del golpe in Argentina che ha portato la giunta di Videla al governo e trentamila desaparecidos in mare.
Il suo gruppo di amici, che per chi non lo avesse intuito si chiama P2, prevede, per l’Italia: un PCI messo più o meno fuorilegge, i sindacati ridotti a corporazioni, i giudici sotto il controllo del potere politico, stampa e tv come strumenti di consenso. Per sé, il (gran) maestro Licio Gelli aspira solo a un riconoscimento come poeta.

Tessera del fascio del maestro Gelli

1982 – Stralci dell’intervista di Giorgio Bocca al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa del 10 agosto 1982.
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa Villa Whitaker, un po' lasciata andare, un po' leziosa, tra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la mafia…
-Come si vede lei, generale, di fronte al padrino del "Giorno della civetta"?
-Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco.
-Mi faccia un esempio.
-Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione, perché non andiamo a prendere un caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l’eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade.
-Che mondo complicato. Forse era meglio l’antiterrorismo.
-In un certo senso sì, allora avevo dietro di me l’opinione pubblica, l’attenzione dell’Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, politici. Con la Mafia è diverso, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia.
-Perché sbaglia, generale?
-La Mafia sta ormai nelle maggiori città italiane, dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali, o industriali. A me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci passati magari a mani insospettabili, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.
(…) Si va a pranzo in un ristorante della Marina. Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c’erano neppure negli anni dell’antiterrorismo.

Carlo Alberto Dalla Chiesa viene assassinato 23 giorni dopo.

L’auto del generale Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti dopo l’agguato

1983 – il 30 novembre 1983 un palazzinaro di 37 anni in grande ascesa inaugura a New York una torre col suo stesso nome. Il grattacielo si trova sulla Quinta Strada, a Manhattan, ha 59 piani, 13 di uffici e 39 residenziali, è alto 202 metri, è costato 300 milioni di dollari. Il design è ultrabarocco, con largo uso di oro, specchi e marmi.
Ancora prima che il grattacielo fosse finito hanno comprato un appartamento, tra gli altri, Steven Spielberg e Sophia Loren. Il grattacielo è costruito in cemento, fornito dalla S&A Concrete Co, che appartiene a Cosa nostra (il referente Anthony Fat Salerno verrà condannato a 100 anni di carcere). Il lavoro procede senza scioperi (niente contratti sindacali). Da una delle scale mobili dorate, il proprietario, Donald Trump, scenderà nel 2015 per annunciare la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti.

1984 – In Italia si vive su una nuvola: l'inflazione galoppa al 15% l’anno, lo Stato è tra i più indebitati d’Occidente, e per sostenere le sue enormi spese emette titoli (Bot) che possono garantire fino al 18% di interesse annuo. Ci sono neo-pensionati che investono in Bot la liquidazione e riescono a vivere di rendita, ci sono ricchi svizzeri che riportano volentieri i soldi in Italia, e anche aziende che, anziché investire per creare lavoro, trovano più semplice mettere quei soldi in Bot.
Lo Stato incassa con gioia i soldi dei fiduciosi cittadini, ma non li usa per risanare il debito; il capo del governo, Bettino Craxi, commenta spensierato: “E la nave va”.


1985 – Fra il 13 e il 16 gennaio cade sull’Italia una nevicata che resterà nella storia. Il 18 marzo Maradona, a Napoli da pochi mesi, gioca ad Acerra un’amichevole su un campo di fango e il suo gol segnato dribblando tutti tra le pozze viene salutato dal pubblico come l’apparizione di un santo.
Nasce il partito dei Verdi, l’alta moda italiana conquista il mondo, in val di Stava (Trentino) cede un bacino-discarica della Montedison e muoiono 268 persone. Il 30 aprile viene scoperta ad Alcamo la raffineria di eroina più grande d’Europa. A Sigonella Italia e Stati Uniti vivono una grave crisi diplomatica dopo l’assassinio, da parte di terroristi palestinesi, dell’ebreo americano Leon Klinghoffer sulla nave Achille Lauro.
Il 6 novembre 1985, in Parlamento, il presidente del consiglio Bettino Craxi si esprime così sulla questione Israele-Palestina: “Dobbiamo venire in chiaro sui principi. Esiste questo popolo palestinese o non esiste? Esiste una questione nazionale palestinese o non esiste? L’Italia, rispetto a questo, ha una posizione favorevole. Naturalmente ci sono i diritti di Israele, che è uno stato sovrano, e vanno garantiti. Israele occupa da 18 anni territori arabi, abitati da popolazioni arabe. Noi pensiamo che debba restituire questi territori in cambio della pace, negoziando tale restituzione. Questo è il passaggio essenziale, tutto il resto è proprio secondario. Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e progettava gli assassinii politici. Questa è la verità della storia; e contestare, a un movimento che voglia liberare il proprio paese da un’occupazione straniera, la legittimità del ricorso alle armi, significa andare contro le leggi della storia”.

Questi sono solo cinque esempi, di centinaia che potevo scegliere, da un libro che è una miniera. L’approfondimento che propone è prezioso perché inatteso, laterale, trasversale. I riferimenti coprono politica, cronaca, cultura, mondo del pop e dello sport, e molti sono difficili da conoscere, a meno di non essere uno storico di professione o di aver vissuto gli anni Ottanta già da adulti, conservandone poi una memoria maniacale. Questa originale, multicolore storia recente è arricchita da interviste, racconti in prima persona, articoli di giornale, e da un sacco di foto bellissime, per prima quella in copertina. Mafia e Ndrangheta, di cui adesso non sentiamo più parlare perché, come sappiamo bene, sono state sconfitte su tutta la linea, hanno un ruolo centrale in ogni anno preso in esame. Ma due cose, più di tutto, riempiono il cuore e rendono il libro una testimonianza imperdibile: sono lo sguardo e la coscienza di Enrico Deaglio.

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