Un Ferragosto fresco

Ci sono stati giorni duri: giorni tutti uguali, interminabili, estenuanti, saranno stati trenta in tutto, ma sembrava una serie infinita.

In quei giorni si perfezionavano tecniche per riempire la casa di fresco, e mantenerlo il più possibile, ma i successi avevano breve durata.
Si cercava di vivere di notte, come sarebbe stato giusto, perché solo di notte l’aria si muoveva, e si poteva respirare, e chiacchierare, e incontrarsi, anche gli animali lo sapevano e tornavano a vivere; sarebbe stato giusto alzarsi nel tardo pomeriggio, vivere fino all’alba (non ho mai visto albe così brutte: il sole spuntava come un’arma nucleare, puntuale e feroce, e veniva voglia di non vederlo mai più) e andare a dormire prima di mezzogiorno; ma lo schema vitale che abbiamo scelto non contempla questa ipotesi, a meno che non si sia in vacanza, e forse le vacanze del futuro saranno in parte così: niente Dolomiti, niente Seychelles, solo ritmi circadiani ribaltati, per assaporare un’ultima volta aria respirabile e scelte indipendenti.

Un futuro in cui dire “siamo il Paese del sole!”, almeno in luglio e agosto, sarà come dire “siamo il Paese della morte”.

Ad ogni modo: in quei giorni le 9 di mattina segnavano già, puntualmente, trentacinque gradi, e a Ferragosto le alternative erano due: nascondersi al buio, e restare fermi, oppure andare sul fiume.
Abbiamo scelto la seconda.
Abbiamo raggiunto il ponte del Mulinaccio, parcheggiato su uno spiazzo martellato dal sole, e ci siamo incamminati.
I sentieri vicini al fiume Merse non coincidono quasi mai con le tracce su mappa: sono sotterrati da rovi e arbusti, impediti da recinzioni arrugginite, distrutti dai trattori, o diventati foresta, o spostati per via di cambi di coltivazioni o confini.
Si deve improvvisare, e allora abbiamo tagliato diritti per un campo (martellato dal sole), in direzione del fiume.
Scendere in acqua è stato come cambiare pianeta: sopra, la spianata rovente, l’asfalto liquefatto, la vegetazione secca; dentro il fiume dieci gradi meno, l’acqua quasi fredda, la corrente viva, le piante scintillanti, l’ombra ricchissima.

Ci siamo incamminati, controcorrente, in direzione di San Galgano.

Ogni cinque minuti un nuovo bagno. I pensieri tornavano a comporsi, e con loro lo stupore per una prospettiva miracolosa – camminare nell’acqua fresca, lentissimi, avvolti dall’ossigeno e dai colori di una cattedrale vegetale, con sopra un corridoio azzurro e tutto intorno un mondo animale in osservazione, non visto – che nessuno sembra scegliere mai.

Il fiume creava mondi nuovi: un lunghissimo ramo incastrato sulle fronde aveva deciso di fermarsi a due centimetri dall’acqua, sospeso; due tronchi morti, caduti, erano diventati il ponte perfetto per i selvatici meno amanti dell’acqua; un altro ramo si era impiccato al tronco-ponte come uno strano scheletro equino.

Ontani e salici facevano ombra, cavedani e lasche schizzavano via nella corrente, sulla terra rossa del greto si distinguevano i buchi delle tane di tassi, volpi e istrici.
Colombi e rapaci percorrevano la corsia azzurra sopra il fiume, sicuri che fosse a uso privato, e deviavano di colpo, sconcertati, appena percepivano le nostre presenze estranee.

Siamo risaliti a terra, camminando verso l’abbazia: ancora diritti, in un campo abbandonato pieno di frasche spinose, martellato dal sole.
Fino a un anno fa, sotto San Galgano esisteva un attraversamento di fortuna, un ponte di assi che qualche anima buona costruiva ogni primavera, e che ogni inverno le piene del fiume si portavano via; da poco è stato costruito un ponte nuovo, vero, buono anche per le bici. Uno di quei ponti che vengono inaugurati alla presenza di un rappresentante della banca, e che alcuni dicono sia strategico, da parte del comune che lo ha fatto costruire, per fregare turisti al comune vicino.

Presso il ponte abbiamo trovato una famiglia nordica, mappe in mano, cappelli chiari e larghi, pelli bianche già scottate. Venivano dall’abbazia, attraversavano il ponte verso il paese che l’aveva fatto costruire: e così lo premiavano.

Ci hanno visto arrivare da una zona impossibile, una terra incolta, arsa dal sole, dove l’unica salvezza dalle spine di cardi e rovi era seguire piste contorte create dai selvatici; all’altezza del ponte li abbiamo raggiunti, e lo abbiamo attraversato anche noi.

La nostra attività antidiluviana – viaggiare dentro un fiume, servirsi di acqua e ossigeno, orientarsi con le mura di un’abbazia – condivideva, col ponte, qualcosa di semplice e ancestrale, l’idea di un passato in cui i corsi d’acqua erano preziosi e l’esistenza (o l’assenza) di un ponte poteva segnare la fortuna (o la disfatta) di un territorio intero.

Abbiamo continuato a camminare nel bosco. Oltre l’ombra dei cerri alti venti metri, ecco il martello del sole, e nel cielo, in lontananza, un suono simile a centinaia di sonagli in volo: era uno stormo disordinato di gruccioni, bee eaters, coloratissimi divoratori d’insetti, strepitanti e forse resi pazzi dal calore.

Volevamo ritornare alla Merse da un piccolo affluente sorgivo, ma c’era ancora da camminare. Il bosco era per lunghi tratti inaridito, polveroso, privo di suoni e di acqua; poi siamo scesi per una macchia di castagni, l’ombra è tornata più fitta.
Nella macchia abbiamo distinto il balzo di un capriolo.
Poi un fruscio a sinistra, e un serpente ha attraversato il sentiero verso destra.
Pochi metri oltre, altro fruscio, sulla destra: una tartaruga selvatica nostrana, Testudo Hermanni.

Anche l’aria era più fresca, e abbiamo capito senza riprendere la mappa: tutti gli animali si stavano dirigendo al torrente.

L’abbiamo trovato dopo cinque minuti. Era uguale al fiume, solo più raccolto, più ombroso e più segreto. Su un’ansa minuscola il torrente era riuscito a creare una piccola piscina naturale bordata di felci e capelvenere. Decine di rane microscopiche si sono tuffate prima di noi. L’acqua, fredda in tutta la pozza, in alcuni punti diventava gelida, e abbiamo seguito il flusso ghiacciato: da uno dei bordi di terra stillavano le gocce di una risorgiva.

Tutto qui, il racconto? Davvero, sì: in quei giorni era davvero tutto.

Mentre fuori l’asfalto fondeva, gli opinionisti ciarlavano, i politici rilasciavano, mentre il mondo collassava brulicando di Ah-Ah reaction e le macchine sfrecciavano ermeticamente chiuse (quanto manca al primo Decreto Condizionatori, dove il governo stanzierà fondi per acquistarne ognuno uno? Quanto manca ai primi Quartieri Coperti, cioè passibili, tutti interi, di aria condizionata che rilascerà negli altri quartieri, a iniziale minuscola e non coperti, tutto il calore dei motori e dell’energia, riservandosi il fresco?), le uniche cose da vivere e da raccontare mi sembravano esattamente queste: acqua pulita che scorre, tronchi, ponti, una cascata, un albero enorme da cui spicca in volo una poiana, rovelle e alborelle piccolissime che mangiano le mie cellule morte, ombra fresca.
Il torrente affluente era pieno di rane italiche, granchi, sicuramente gamberi di fiume.

A un certo punto, con un singolo grugnito, il capogruppo ha avvertito il branco che la siesta a bagno nelle pozze era finita: e una decina di cinghiali si è inerpicata di corsa sulle ripide pareti del torrente, immagino insultandoci.

Abbiamo ritrovato il fiume. Le pareti erano scoscese, in quei tratti il fiume era visibile solo da dentro, dove eravamo noi.
Gli uccelli mantenevano la loro rotta privilegiata nel corridoio sopra l’acqua, e vederci li disturbava e disorientava. Le faine e le volpi dormivano dentro le tane fresche e buie.

Siamo riemersi dall’acqua in corrispondenza del ponte. Alcune persone stavano arrivando dal sentiero che portava al paese: era la famiglia del mattino.
Ancora più scottati, e a questo punto catalogabili come i primi turisti che il paese, grazie al nuovo ponte, aveva sottratto al rivale paese vicino.

Abbiamo cercato di sembrare dei biologi in fase di ricerca, o ingegneri in controllo strutturale, ma ci hanno naturalmente presi per matti: una coppia che insiste a gravitare intorno a un ponte – per quanto nuovo, e ben fatto – in una giornata con quaranta gradi.

Lentamente siamo tornati a una zona dove il fiume è più popolato: il letto è più largo, ci sono alberi da cui tuffarsi, anche una tavola-trampolino. Coppie anziane, famiglie allargate, molti bambini, alcune persone sole. E un’immagine eterna: ragazzini amici in attesa di tuffarsi da un ramo che sembra fatto apposta. Niente tg o tv, niente condizionatori, niente balneari, niente notiziari: solo un tuffo, da un albero, nell’acqua.

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Le parole del Cencio