Le parole del Cencio
In svariate città italiane il 10 agosto è il giorno in cui fioriscono nuovi dolori cervicali per la disabitudine a guardare verso l’alto in cerca delle stelle, e in cui si festeggia il patrono San Lorenzo, con la sua graticola; ma a Siena, che specialmente in estate ha un calendario diverso e solo suo, si scopre il Cencio dell’Assunta (per i non senesi: il drappo, o drappellone, che andrà alla contrada vincitrice del Palio del 16 agosto, dedicato a Maria).
Lo si scopre la mattina, nell’Entrone - per i non senesi: il Cortile del Podestà. Ma adesso basta, questo è un pezzo sul Palio, scritto da un senese, e se ci sono parole che non capìte potete tranquillamente andar (Sto scherzando)
Lo si scopre al mattino nel Cortile del Podestà, dicevo, e novantanove su cento - più per la comprensibile emozione dello svelamento di un’opera che assume istantaneo valore di una reliquia, che per una effettiva valutazione dell’opera - partono in automatico applausi a scena aperta.
Gli applausi sono così automatici che credo potrebbe esserci una reazione contraria, a questo punto, solo se al posto della Madonna ci fosse la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, o la faccia di Angelo Bonelli.
Ad ogni modo: anche questa volta, applausi a scena aperta per l’opera dell’artista Theodora Axente.
Theodora Axente, Drappellone 16 agosto 2026
La reazione pavloviana “svelamento > entusiasmo” è praticamente sempre la stessa, anche perché, è bene dirlo, le opere, oltre a essere investite di un impatto simbolico naturale e a irradiare quasi sempre colori stupendi, presentano spesso la preziosa dote di permettere a ognuno, per motivi diversi, di vederci dentro cose belle - a ciascuno le sue.
La reazione allo svelamento è interessante, ma ancora di più lo sono le parole con cui viene accompagnato.
Dal sito ufficiale del Comune di Siena:
“Costruita secondo un impianto piramidale che richiama la grande tradizione della pittura senese, la Madonna si distingue per la dolcezza del volto e la forza espressiva dello sguardo, in un dialogo ideale con i capolavori di Simone Martini. Il grande manto azzurro si apre a protezione della città e dei suoi cittadini, mentre ai suoi piedi due cherubini, le cui figure si fondono con quelle dei pesci secondo il linguaggio metamorfico tipico dell'artista, sorreggono gli stemmi di Siena. Il pesce, antico simbolo cristiano, diventa così anche metafora della comunità senese, che nel Palio trova il momento più alto della propria identità collettiva. L'opera è attraversata da un intenso gioco di luci e ombre, ispirato alla lezione caravaggesca, che fa emergere le figure dal buio conferendo alla scena una forte dimensione teatrale.”
Un dialogo ideale con Simone Martini?
Il pesce metafora della comunità senese?
La lezione caravaggesca?
La dimensione teatrale?
L’intero comunicato (mi verrebbe da dire Preparatevi quattro mojito e leggetelo! e al tempo stesso Vi prego, non leggetelo mai, godetevi il Ferragosto) sembra scritto da un addetto stampa durante una crisi di sonnambulismo, o da un assessore ai trasporti, o più semplicemente da ChatGpt; ma è a vari livelli interessante.
È interessante veder lamentare spesso la distanza tra l’arte e i cittadini e poi, quando un’istituzione prova a presentare un’opera, leggere un testo che sembra un verbale dei carabinieri dove comunque, a scanso di equivoci e per far risuonare qualche nome che tutti hanno sentito, sarà sempre bene infilare un Simone Martini e una Lezione Caravaggesca.
È interessante vedere una parte consistente del Paese definire radical chic chiunque legga un libro o vada a una mostra (non si parla di politica, per carità! Comunque lo fa proprio la parte politica che governa anche questa città) e poi, se deve maneggiare “l’arte”, usa parole astruse, sintassi barocca, collegamenti personalissimi.
Poche cose sono più penose della terminologia “artistica” calata dall’alto, rimasticata in linguaggio politichese o arcaico-museale; manca solo lo spumante, il taglio della torta, l’attorone americano a cui farla visitare in privato, e poi si può richiudere l’opera in cantina.
Ad ogni modo, visto che Vale Tutto, di seguito proverò a elencare cosa invece, nel Cencio, ci ho visto io. Partiamo dall’alto.
Se chi ha scritto il comunicato (cioè Grok) ha visto nel viso dell’Assunta “un dialogo con Simone Martini”, io sarò ben libero di vederci la buonanima di Ian Curtis, e di vedere nel “cherubino” di sinistra nient’altro che Anthony Kiedis. Sognavo, sul sito del Comune, un comunicato stampa tipo “La parte alta dell’opera testimonia il legame, sempre vivo, di Siena con la comunità mondiale dell’INDIE, legame che dal Cambio e dalla Corte dei Miracoli ha viaggiato fino a”….
Torniamo seri: a parte la bellezza delle vesti e della corona, il cielo notturno illuminato dalla luna non è un soggetto frequente, e mi ha fatto venire in mente Ivan Ajvazovsky, un pittore russo dell’Ottocento specializzato nei paesaggi marini e nello studio delle nuvole di notte.
Ivan Ajvazovsky, mar Nero di notte, 1879
E la parte centrale? Il profilo (cercavo in ogni modo di non usare skyline, ma non c’è una parola migliore) della città è sempre un colpo al cuore, anche per chi, come me, non è contradaiolo; e mi sembra davvero bellissimo.
L’idea di inserire un dettaglio affascinante ma irreale (il boschetto di cipressi, che nel centro storico di Siena non esiste) fa volare subito al capolavoro di Arnold Bocklin, L’Isola dei morti, il che rappresenterebbe anche una gustosissima rivincita verso Firenze (Bocklin si ispirò, come noto, al cimitero degli Inglesi, in piazzale Donatello).
Arnold Bocklin, L’isola dei morti, 1880, Basilea, Kunstmuseum
Veniamo alla parte bassa. Theodora Axente ha nel suo percorso ispirazioni vicine al surrealismo e alla metafisica, e allora perché non vedere nella conchiglia del Campo (qui appiattita) una versione della piazza delle Muse inquietanti?
Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1919, collezione privata
E per quanto riguarda le figure disposte sulla piazza, rappresentanti le contrade che prenderanno parte al Palio, nulla mi toglie dalla testa che siano in dialogo con le piccole presenze che animano le parti laterali del grande Trittico Portinari di Hugo Van der Goes, opera dalla storia incredibile.
Hugo Van der Goes, Trittico Portinari (dettaglio), 1478, Firenze, Uffizi
Queste supposizioni sono giuste? I parallelismi stanno in piedi? Ma chi lo sa.
La bellezza del Cencio, anche di questo, è quella che dicevamo all’inizio: poter vederci dentro molte cose, anche molto diverse.
Userei la parola interpretazione, non fosse che quando i comunicati stampa dei comuni usano “è un’opera da interpretare”, significa che è brutta, o che non ci hanno capito niente; e allora forse, come parola, è meglio soggettività.
La bellezza del Cencio è anche un’altra: che quando si saranno spente le parole vuote dei comunicati stampa, cioè già adesso, il pezzo di stoffa acquisterà un peso ulteriore, e immateriale.
In molti, quando semplicemente vedranno da lontano i suoi colori, sentiranno le gambe tremare. Ogni dettaglio assumerà forme diverse, ogni contorno accoglierà una forma di speranza, i tentativi di descrivere, e di circoscrivere, saranno sostituiti dall’attesa, dai canti e dal silenzio.