Una giornata a Milano con i Bruegel


Non saprò mai fino in fondo se ho prenotato la visita alla mostra dei Bruegel per compensare con una scorpacciata d’arte fiamminga il mio biglietto bello caldo per il secondo anello arancio, o se il sacro passaggio da San Siro sia un tentativo di scongiurare, tramite il ricorso a care vecchie passioni popolari, il rischio di essere bollato come il solito radical chic che va alle mostre e non capisce i veri bisogni della gente.
La sostanza è la stessa: che bello arrivare a Milano di domenica mattina presto, quando la città sembra ancora addormentata e si vedono in giro giusto i primi runner con pantaloncini di Gucci e orologio atomico.
Via Borgonuovo è un profluvio di tricolori, neanche fossero le Cinque Giornate: scopro che così ha voluto la Maison Giorgio Armani, che ha sede lì.
Via dei Giardini mostra altissimi olmi, un silenzio signorile, grandi automobili ancora addormentate anche loro.
Ci sono effettivamente molti giardini privati, dove scorrazzano (pardon: sfilano) Weimaraner credo quotati in borsa.
In Largo Donegani, sede di Radio 105 e Virgin Radio, c’è un drappello di militari. Che sia la scorta in difesa di Dj Ringo? No: proteggono il Consolato americano, che sta appena dietro.
In vicolo san Giovanni sul Muro c’è una statua di Nelson Mandela: è carina, sembra un uomo vero, anche se non Mandela.
Nei cinque chilometri a piedi da Centrale ai Navigli non c’è un bar. Sapete, i bar? Ecco: non ci sono.

Dopo essere passato da San Siro per testare quanto ci si può avvicinare a un infarto coronarico in piena regola, ecco l’incontro, a palazzo Reale, con la famiglia Bruegel.

L’unico riferimento biografico certo sulla prima pietra della casata è il 1551, quando il nome Peeter Brueghels è iscritto nei registri della gilda di San Luca (associazione professionale che riuniva pittori, scultori e artigiani delle Fiandre) ad Anversa.

È l’anno in cui il soggetto, che poi cambierà il suo nome in Pieter Bruegel, diventa pittore professionista, avviandosi sulla strada del successo.
I tortuosi calcoli dei biografi – che qui risparmio – hanno stabilito che nacque non più tardi del 1526, e che morì nel 1569, a soli 43 anni; ma il mondo lo conoscerà come Bruegel il Vecchio, per distinguerlo dal figlio, Pieter Bruegel il Giovane (1564-1638), che farà tesoro dell’eredità paterna strutturando l’arte in una produzione semi-industriale, e poi Jan “dei Fiori” o “dei Velluti”, il secondogenito, innovatore raffinato e cosmopolita. Si potrebbe continuare a lungo, perché il cognome Bruegel produsse artisti per diverse generazioni, come qualche decennio prima era successo un po' più a sud, cioè a Firenze, con i Della Robbia.

Potremmo chiamarli Dinastie, Clan, o semplicemente Famiglie: ma siamo a Milano, e quindi già nel primo tabellone riepilogativo vengono definiti BRAND, come avessero prodotto scarpe: e allora andiamo alla scoperta del “Brand Bruegel” lungo questa bellissima mostra, in programma fino al 31 gennaio 2027, che ospita oltre 80 tra dipinti, incisioni e disegni, e racconta come la moderna pittura europea abbia avuto origine proprio nella bottega (siamo a Milano: meglio atelier?) dei Bruegel.

Se i dati sul capostipite sono scarsi, i suoi dipinti raccontano di più: sono spesso opere firmate e datate, che ad esempio attestano il suo viaggio in Italia nel 1552, con sicuri passaggi sulle Alpi, a Roma e Tivoli, a Napoli, in Sicilia.

Pieter Bruegel il Vecchio, veduta di Tivoli, 1555

“Chi è questo Hieronymus Bosch novello / tornato al mondo?”, si chiedeva l’umanista di Bruges Dominicus Lampsonius.
Pieter Bruegel il Vecchio era considerato una specie di reincarnazione di Bosch.
Nelle opere di entrambi si mescolano continuamente linguaggi moralistici, fantastici, grotteschi e ironici; e buona parte delle incisioni di Bruegel è ispirata dall’immaginario di Bosch. Tanto che Hieronymus Cock, a quel tempo il maggiore stampatore di Anversa, arriverà a uno scambio di persona: in calce all’incisione I pesci grandi mangiano pesci piccoli, forse per un’inversione di identità quasi mistica tra maestro e allievo, scriverà il nome di Bosch in un’opera che, invece, è di Bruegel.
Era il 1556, Bruegel non era ancora famoso, e quindi, in realtà, è molto probabile che Cock usò questo stratagemma per vendere meglio l’opera.

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1557

La mostra comincia con la spettacolare Danza nuziale: ecco l’introduzione in pittura della vita del popolo, l’emancipazione del paesaggio dal ruolo di semplice sfondo, il radicamento in una concretezza terrena fatta di fango, neve, feste di paese ed elegantissime conchiglie fascia-pene, dette anche brachette.
E anche una parziale spiegazione del perché, nelle Fiandre, l’aggettivo “bruegheliano” sia tuttora sinonimo di “contadinesco”.

Pieter Bruegel il Vecchio - Danza nuziale, 1566

Nello stesso anno in cui si sposò con Mayeken Coecke nella cattedrale di Anversa, Bruegel il Vecchio dipinse la celebre Torre di Babele, capolavoro appena meno longevo dell’omonimo programma di Corrado Augias.
In questo dipinto troviamo più o meno tutto ciò che può illuminare le nostre vite: la migliore architettura italiana, acqua cristallina fiamminga docg, cura miniaturistica del dettaglio, fantasia sfrenata.

Pieter Bruegel il Vecchio - La Torre di Babele, 1563

Fu però Pieter il Giovane, il primogenito, a dipingere la mia opera preferita presente in mostra: i Proverbi.
Di seguito, tre esempi:

“Mordere la colonna”. Significato: essere un baciapile ipocrita e bigotto

“Dare rose ai maiali”. Il significato è facile: perle ai porci

“Defecare sul mondo”. Significato: non è una canzone di Ligabue. Piuttosto significa esser cinici, aver sprezzo delle cose.

Dopo questo utile transito nella saggezza popolare, eccoci pronti a un nuovo componente della famiglia: Jan dei Fiori, detto anche Jan Bruegel il Vecchio per distinguerlo dal figlio omonimo.
Fu sua l’idea dei cabinet paintings, dipinti su rame di piccolo formato estremamente preziosi, richiesti e venduti in tutta Europa, o di nuovi, fortunati soggetti come i paradisi terrestri e le allegorie degli elementi e delle stagioni.

Cosmopolita e raffinato, Jan lavorò tra Praga, dove fu al servizio dell’imperatore Rodolfo d’Asburgo, Anversa e Bruxelles, conquistando il favore di collezionisti prestigiosi. Nel 1595 fu a Milano, tra gli artisti favoriti dal cardinale Federico Borromeo. Per lui realizzò questa natura morta, Fiori in un vaso di legno, in mostra grazie al prestito della Pinacoteca Ambrosiana:

Jan Bruegel il Vecchio, o Jan Dei Fiori - Fiori in un vaso di legno, 1506

La mostra si conclude con un classico dell’immaginario e dell’arte medievali, che Jan il Giovane dipinse nel 1562: il Trionfo della morte.

È forse ispirato a quello, celebre, di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa, ma lo scheletro con falce in sella a un cavallo fatto quasi solo d’ossa mi ha ricordato l’affresco di Palazzo Abatellis a Palermo, che il capostipite (Pieter Bruegel il Vecchio) aveva sicuramente visto in uno dei suoi viaggi: mi piace pensare che ne sia rimasto impressionato al punto da tramandare l’emozione all’intera progenie, finché uno dei discendenti non lo avesse finalmente raffigurato. Ecco, in sequenza, i due dipinti:

Trionfo della morte, palazzo Abatellis, Palermo

Jan Bruegel il Giovane, Trionfo della morte, 1606

 
La morte non trionfa: intendo dire che usciamo dalla mostra sani e salvi - una mostra ben curata, ben illuminata, affollata ma finalmente non troppo - in una Milano che doveva essere a ferro e fuoco, per via di giovani inspiegabilmente contrariati dal guadagnare ottocento euro in città dove ti affittano una cantina a mille, e invece è pacificamente assorta nel primo tramonto davvero precoce del nuovo autunno.
Mentre ci impegniamo nell’avventura più difficile della giornata - trovare una normale birreria -, Lula sta per vincere le elezioni in Brasile, Vucic sta per perdere quelle in Serbia, e forse da qualche parte un nuovo, piccolo Bruegel sta dipingendo scene pastorali o incubi grotteschi.
Milano ha offerto (proprio offerto no) belle cose, e le abbiamo prese volentieri; tra non molto sarà tempo di tornare dove l’aria è più pulita, e dove nei bar servono della birra.


Bonus Track (solo per intenditori)


Inter-Fiorentina 2-1 raccontata tramite dettagli tratti dalle opere dei Bruegel:


 











Avanti
Avanti

Kolchoz - o la Russia o la vita