Kolchoz - o la Russia o la vita

Per circa otto anni le mie destinazioni preferite per andare a correre sono state un paio di piccole strade che, dalla conca ingolfata del capoluogo, portavano verso le colline, assecondando un percorso ascensionale in cui era fin troppo facile riconoscere, accanto al dato tecnico (dislivello in salita, cambio di posizione nello spazio), anche quello metaforico (elevarsi dal caos, verso aria più pulita e pensieri più nitidi).
Le due stradine si allontanavano da Firenze e portavano a San Domenico: uno spazio arioso, verde, una specie di sosta naturale bella al punto da convincermi, a volte, ad arrampicarmi fino a Fiesole.

Fiesole vista da San Domenico


Si chiamavano via della Piazzuola e via delle Forbici, erano strette e infossate tra due pareti non così diverse da certe vie cave tagliate dagli etruschi; solo che, in questo caso, le pareti appartenevano a grandiose ville private.
Le alte mura di cinta di queste ville così eleganti da non avere nemmeno bisogno degli avvertimenti passivo aggressivi – le telecamere a infrarossi svolgevano il compito meglio dei cani da guardia – non permettevano di vedere nulla dell’interno, naturalmente; ma la vegetazione che aggettava dall’alto, almeno quella sfuggita alle lame dei migliori giardinieri della città, prometteva fioriture maestose e giardini lussureggianti.
Queste residenze che oltrepassavo correndo - mentre ringraziavo per il privilegio, che i ricchi ancora ci accordavano, di poter percorrere strade pubbliche così vicine alle loro dimore e di poter addirittura immaginare cosa si celasse all’interno dei loro parchi - si chiamavano Villa Schifanoia, Villa delle Lune, Villa il Salviatino, Villa Montalto (fino a una possibile Villa Sticazzi, come scrive Wu Ming 2 ne Il sentiero degli dei); e mai avrei immaginato che in una di esse, Villa Bosco Bello, la signora Ol’ga Komarovsky, nobildonna russa in fuga dai bolscevichi e bisnonna di un futuro grande scrittore francese, sarebbe un giorno – assecondando una trama più vicina a Neri Parenti che a Lev Tolstoj – rimasta incinta del suo giardiniere napoletano.

Emmanuel Carrère ritorna a Villa Bosco Bello, Fiesole, 2026

Fine delle anticipazioni.
È un libro bellissimo. Tutta la prima parte ospita la ricostruzione rigorosa di un albero genealogico che, da solo, è qualcosa di superiore a un romanzo; e può annoiare, è vero. Annoia se non si è appassionati di storia russa, o storia del Caucaso, o geografia dell’Asia, se non ci interessano lo stalinismo, la dissonanza cognitiva ("ritenere vero ciò che è falso": storica arte russa verso la quale oggi, anche in Occidente, siamo tutti debitori), i grandi musicisti sovietici, l’amnistia che Stalin “concesse” nel 1946 agli esuli “Tranquilli, sarete accolti benissimo dalla vostra madrepatria!”;
può annoiare se non ci interessa sapere cosa vuol dire avere, come nonni, un filo-nazista, dei nobili russi e il capo degli esuli georgiani a Parigi; annoia se ci annoia sapere cosa successe a San Pietroburgo nel 1917, se non ci interessa leggere di Caterina II e di Potemkin, se non ci interessa leggere riflessioni cristalline su Nabokov e Dostoevskij, se non ci interessano pagine eccezionali sui nobili zaristi che caddero dalle nuvole nel 1917 (come potevano essersi ribellati, quei servi che vivevano in venti in un’isba piena di icone e scarafaggi e a cui noi aristocratici volevamo un gran bene?). Potremmo annoiarci, nella prima parte, se non siamo interessati a una moltitudine di personaggi secondari descritti in quadretti insuperabili di due-tre pagine; se non ci fidiamo di uno scrittore che, come da suo metodo docg, imbastisce una grande ragnatela non (solo) per sfizio, ma per trasformarla poi in una strada aperta e luminosa; e che per cento pagine finge di confonderci, per poi raddoppiare la posta e il gusto più tardi, quando i collegamenti acquisteranno senso; potremmo annoiarci se non ci basta, per comprendere il livello e fidarci, un pezzo come l’apertura del libro: il funerale della madre.

Tutta la tela della prima parte prepara un maestoso decollo; che non sarà netto, ma anzi graduale, e ancora più godibile.
Dopo avere definito i pilastri della cattedrale nella prima parte, trasmettendo in modo potente le origini sociali e psichiche della madre e di tutti gli altri personaggi, nella seconda parte Carrere potrà lavorare di classe, quella a cui basterà scegliere le pennellate giuste, sempre meno estese e sempre più precise; come un grande pittore chiamato a ultimare le nicchie di una stupenda basilica che lui stesso ha progettato e costruito.

Il lavoro di Carrere nel romanzo fa pensare a un grande felino: bello da guardare quando è fermo – quando sembra riposare sornione, mentre in realtà si sta preparando – e ancora più bello quando si alza e scatta.

I migliori longform sulla Russia, i saggi più illuminati e documentati, l’apprezzabile lavoro di Jude Law nel personificarlo in un film di alto livello (Il mago del Cremlino) non possono raggiungere le vette che Carrere tocca nelle pagine in cui scrive di Vladimir Putin.

“Ma sediamoci pure a tavola”

Qualsiasi appassionato di storia russa, antica e contemporanea, ha tra le mani un libro in cui può immergersi sia da dentro che da fuori, dal punto di vista dei putiniani e da quello dei francesi, da quello dei sovietici e da quello degli arraffoni degli anni '90, da quello degli ucraini e da quello dei georgiani, da quello dei georgiani filoeuropei e da quello dei georgiani filorussi.

Carrere, per genealogia, formazione e talento, è il più grande esponente attuale (l’ultimo?) del leggendario intreccio culturale tra Russia e Francia; è uno dei pochi che può dire di “vedere, come si assiste a un’eclisse, la grande Storia ammiccare alla propria storia” (p. 406); è da sempre uno dei fuoriclasse del dialogismo, cioè l’arte (che secondo Bachtin apparteneva soprattutto a Dostoevskij) di far scontrare due voci opposte o contraddittorie, ma altrettanto convincenti, senza lasciare a nessuna delle due l’ultima parola; è l’unico che poteva definire quello di Sergej Lavrov “un sorriso da megalosauro”.

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