Anni alle Cinque Terre
La prima volta che ho accompagnato dei clienti in un trekking alle Cinque Terre è stata il 23 marzo 2018. Abitavo a Firenze, in una casa deliziosa circondata dal verde di una strada in salita senza sfondo che portava a un acquedotto. Quella mattina, mentre bevevo il caffè, dalla finestra di cucina vidi uno scoiattolo saltare da un ulivo e sparire dentro un cipresso. Sul davanzale della finestra l’Echeverria (fiorita di giallo: è una delle prime piante a fiorire a fine inverno) ospitava una tela luccicante dove il ragno era già indaffarato con la sua collezione di mummie di moscerini.
Partii verso la stazione. Faceva freddo. Oltre la desolata pianura tra Empoli e Pisa, Massa e le montagne apparirono veloci, come un ricostituente. Poco dopo cominciò la terra ligure, dove l’oppressione di monti a picco e gallerie veniva compensata dallo spazio libero del mare aperto; e tutte le teste si voltavano verso quello.
Nel mio primo viaggio alle Cinque Terre scoprii che sia Levanto che Portovenere erano state escluse: sarebbero altrimenti “le Sette Terre”, e dobbiamo riconoscere che suona meno bene.
Scoprii che la passeggiata a mare di Levanto era intitolata al senatore Giovanni Agnelli; che la prima casa che si trovava sopra Levanto, percorrendo il Sentiero Azzurro in direzione di Monterosso, era un piccolo Parc Guell, con sculture zoomorfe, fantasie ricurve, mosaici; ed era una casa dove all’ingresso, anziché “Attenti al cane e al padrone”, era scritto “Benvenuti”.
Durante i miei viaggi di lavoro alle Cinque Terre ho visto una partecipante al trekking sfondarsi entrambe le scarpe sulla prima salita (le fu approntata una fasciatura d’emergenza col nastro americano, in attesa di arrivare a Monterosso e di acquistarne un paio nuove, sicuramente a un prezzo di favore), un altro cliente dirmi che in Toscana adorava il paese di Radicondoli “Perché è perfettamente equidistante da Siena, Firenze e Follonica”, e un altro cliente ancora beccarsi una storta in discesa e reagire istintivamente facendo un salto incredibile da giocoliere.
La prima volta che ho percorso la variante in quota tra Punta Mesco e Monterosso ho visto un sentiero liscio e battuto, in mezzo a pini marittimi, abeti, corbezzoli, un bosco fratturato e selvaggio, pieno di piante rigogliose ma anche di piante spezzate, su un versante ombroso, ricco di sorgenti e cascate, dove a volte passava il profumo di rosmarino e timo selvatico, un bosco poco curato, ostico, stupendo.
Punta Mesco, Monterosso
Alle Cinque Terre, e non è un dettaglio secondario, ho scoperto un bar ristorante indescrivibile dove ho mangiato il mio primo coniglio alla ligure, con olive e pinoli.
Alle Cinque Terre è stato calcolato che siano venuti nel 2024 circa quattro milioni di turisti. Solo sei anni prima era diverso; i numeri, pur alti, non erano paragonabili, e questo immagino debba dirci più di una cosa. Ci dice cose sull’engagement turistico, sull’egregio lavoro di alcune compagnie dei social media, e anche sul tempo che passa: è cambiato tutto in un tempo brevissimo? E “sei anni” è un tempo breve? Oppure, forse, è un tempo addirittura lungo, se rapportato al ritmo dei cambiamenti tecnologico-turistici degli anni ’20?
Alle Cinque Terre ho imparato a conoscere la salita che dal mare porta al santuario di Soviore (452 metri slm), la stessa salita che in autunno diventa a volte un torrente impazzito in grado, come purtroppo è già successo, di sommergere Monterosso.
Ho anche imparato a conoscere, dentro la chiesa di Soviore, una pagina aperta sul Vangelo di Giovanni (10, 31-42) che mi è parsa la classica mano cristiana tesa verso gli amici ebrei, nonché un’ennesima tappa di pacificazione tra le sempre amichevoli religioni monoteiste:
“Cercavano di prender Gesù, ma egli sfuggì dalle loro mani. (…) In quel tempo, i Giudei portarono pietre per lapidare Gesù. ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, tu che sei un uomo, ti fai Dio’.
Nell’altra pagina, dal libro del profeta Ezechiele: “Io prenderò gli Israeliti, non si contamineranno più coi loro idoli, coi loro abomini e le loro iniquità. Li purificherò”.
Santuario di Soviore, Monterosso
Una volta, alle Cinque Terre, in uno spiazzo della piccola statale di mezzacosta tra Soviore e la Madonna di Reggio, passai dallo spiazzo dove partivano i lanci con il parapendio: un ometto sui sessant’anni saltellò per pochi secondi, poi prese il volo, e quando si staccò da terra sentii lo stesso piccolo nodo alla bocca dello stomaco dei decolli in aereo.
Durante il quarto e ultimo giorno di trekking alle Cinque Terre, rimasto per qualche minuto in coda al gruppo, felice di tornare a casa, in un tratto di bosco tra Corniglia e Volastra, col mare a picco appena sotto e fino all’orizzonte visibile, ascoltai Splendida Giornata e scrissi a un vecchio amico - quello che mi aveva fatto conoscere Vasco, ma Vasco “quello vero”, come Ronaldo il Fenomeno - che i due rintocchi di djambe alla fine di ogni battuta evocavano per me un tramonto su un litorale qualsiasi – meglio se adriatico – visto dal finestrino aperto di una macchina, in viaggio, magari in un tramonto caldissimo, con accanto una ragazza addormentata, conosciuta da pochi mesi.
Alle Cinque Terre ho scoperto che basta arrampicarsi per poche centinaia di metri per trovare il silenzio e la montagna: ad esempio il Santuario di Nostra Signora di Reggio, spartano, disordinato, quasi nascosto da lecci giganti, cipressi secolari, platani e abeti bianchi.
Santuario di Nostra Signora di Reggio, Vernazza
Le prime volte che lavoravo alle Cinque Terre facevamo base a Levanto e finito il trekking mi piaceva correre al crepuscolo sulla ciclabile in asfalto verso Bonassola. Faceva freddo, buona parte del percorso era dentro le gallerie, non c’era nessuno, era bellissimo correre ascoltando elettronica ritmata e ossessiva, vedere il mare che appariva per brevissimi tratti e si infrangeva sugli scogli, la ciclabile ex ferrovia come un rettilineo metafisico, solo per la corsa, semibuio e gocciolante di infiltrazioni.
Quando ho lavorato alle Cinque Terre le prime volte, il tratto che da Vernazza porta a Corniglia non era a pagamento: adesso sì, e ogni anno aumenta di qualche euro.
Lungo quel tratto, in passato, dovevamo farci da parte per lasciare spazio ai partecipanti all’ultratrail, oggi invece càpita più spesso di doverci scostare per lasciar passare turisti, coppie, semplici camminatori; in passato lanciavamo qualche incitamento agli atleti dell’ultratrail, almeno ai primi, poi diventava normale, e dopo qualche ora diventava un impiccio, e andava via la voglia; lo stesso, oggi, succede con i saluti di rito quando cedi il passo alle coppiette del Wisconsin.
Ancora due giorni fa, tra Vernazza e Corniglia, il mare, giù a picco eppure così vicino, creava dei gorghi di schiuma bianca che dall’alto sembravano piccole tempeste di polvere. Sui muri a secco crescevano euforbia, agave, artemisia, acetosella, aloe fiorita di rosso, fichi d’india, insieme a maree di ulivi e una pianta profumatissima: il viburno di Carlo Magno.
A Corniglia, con l’aiuto delle monorotaie che da secoli hanno permesso di coltivare vite e olivo su pareti a strapiombo dove è già difficile reggersi in piedi, alcuni anziani erano al lavoro, a ripulire le piante.
Anni di lavoro mi hanno aiutato a capire qualcosa in più sulle persone. Ad esempio un cliente una volta mi disse che la ragazza con cui si vedeva era stata di recente al concerto dei Mano Negra.
“Mmm… Forse dei Negramaro?”
“Bravo! Loro!”
Una volta, a Corniglia, sotto una palma secca e afflosciata, ho visto un cinghiale bianco, o per lo meno molto chiaro; e ne ho le prove:
Cinghiale bianco di Corniglia - in verità, credo, maiale vietnamita domestico
Una volta un cliente mi parlò di come aveva smesso di fumare. Mesi di fatica per forzarsi a non farlo, alla fine c’era riuscito e quasi non ci pensava più. Poi successe che suo figlio piccolo cadde dal fasciatoio e sbatté la testa sulla cassapanca: trauma cranico. Quando lui uscì dall’ospedale, la prima volta dopo molte ore, in un sottopasso vide un tizio nel momento esatto in cui estraeva una sigaretta dal taschino. Lo fermò e gli disse:
“Scusa…?”
Esitò.
“Dimmi. Volevi chiedermi qualcosa?
“Una sigaretta. Mille sigarette. Ma non darmi niente. Ciao”.
Mi venne da pensare a che fortuna è, poter lavorare anche ascoltando storie, o ascoltando e basta.