L’Agnese va a morire

A me I nidi di ragno e Il corvo erano piaciuti, Una questione privata e La paga del sabato erano piaciuti, I piccoli maestri e Uomini e no erano piaciuti, La casa in collina, invece, neanche tanto, ma insomma, anche in tutti gli altri, che mi erano piaciuti, ho sempre percepito, con dispiacere, un perimetro chiuso, un limite del respiro, come se fuori da quelle precise vicende - cioè la lotta di liberazione tra il 1943 e il 1945, la Resistenza - perdessero ossigeno e forza, come se potessero vivere dentro un solo contesto, quello.

Poi ho letto L’Agnese, e sono rimasto muto, anche scriverne mi imbarazza, perché mai come in questo caso, mi pare, tutto sta nel libro, non serve una parola in più né una in meno, e sono rimasto muto malgrado per l’Agnese valga lo stesso di tutti gli altri romanzi “della Resistenza” che mi sono piaciuti, e anzi, forse mai come in questo caso niente è separabile dalla lotta di Liberazione, dai casali freddi, dai rastrellamenti, dai nazisti che urlano per le strade, dagli incendi, dagli aerei inglesi che bombardano a caso, dalle paludi, dalla fame, dal vivere nascosti come bestie, eppure le parole hanno una tale forza che mi hanno sollevato e portato via, sulle nuvole, oltre quei tempi e quei fatti, commosso da una legge morale silenziosa e indiscutibile, per mano a personaggi vivi e morti che serberò sempre come guide.

Renata Viganò, nata a Bologna il 17 giugno 1900, era riuscita a pubblicare la sua prima raccolta di poesie a tredici anni: si chiamava Ginestra in fiore. In seguito avrebbe avuto parte attiva nella Resistenza, come staffetta e infermiera. L’Agnese va a morire, il suo romanzo più noto, sarebbe uscito nel 1949. Avrebbe raggiunto subito il successo, e vinto il Premio Viareggio. Giuliano Montaldo, nel 1976, ne avrebbe tratto un film con lo stesso titolo.


La mia conoscenza della lotta di liberazione è passata da diverse strade. Per prima cosa ci sono stati i racconti di chi l’aveva fatta: e quando ero bambino, dalle mie parti, erano tutti ancora vivi. Poi è arrivato il tempo delle letture fruste e retoriche dispensate dal liceo statale, forse piovute troppo presto dentro menti non ancora ricettive; ciò non toglie che siano state, come tutte le regole di condotta imposte da un’eminenza dogmatica e fredda, uno dei più grandi stimoli a costruirsi una narrazione alternativa, e magari passare dall’altra parte.
In seguito sarebbero venuti, finalmente grazie a un interesse e a una scelta autonomi, Il sentiero dei nidi di ragno, Il partigiano Johnny, Ultimo viene il corvo, insomma il meglio della letteratura e dell’immaginario della Resistenza. E tutti mi sono piaciuti, ma ho sempre percepito, con dispiacere, e magari sbagliando, quel perimetro chiuso, quel limite del respiro.
Poi, per ultimo, ho incontrato questo, il romanzo di una donna bolognese morta da cinquant’anni e ormai dimenticata: ed è stato, per me, il più bello di tutti.

Così come la potenza di questa storia non scaturisce in alcun modo dalla retorica o da artifici stilistici, ma emerge da sola grazie alla purezza della lingua, allo spessore dei personaggi, alla concatenazione dei fatti, alla vivezza dei luoghi e del clima, nello stesso modo la sua forza ideale non si appoggia mai su teoria o ideologia, ma nasce da un’essenza primordiale, da princìpi umani:
Agnese prende coscienza dopo il rastrellamento e la morte della persona più cara; Agnese si ribella dopo aver visto, nell’uccisione di un animale, tutta l’ingiustizia sommaria e la crudeltà gratuita.

Da ogni fatto ha origine un fatto. E tutto è in movimento, un racconto in moto, densissimo, senza una sola parola sprecata.
L’intento stilistico della scrittrice dentro il carattere stesso dalla protagonista: “Era stata con loro come la mamma, ma senza retorica, senza dire: io sono la vostra mamma. Questo doveva venir fuori coi fatti, col lavoro.”

Così è rappresentata l'estate:

"Il sole era sempre su di loro, bruciava la schiena, anneriva la faccia, pesava come un carico sulle spalle. La terra, le canne, la legna secca si riempivano di calore, tutto rimaneva caldo e arido anche dopo il tramonto, fino a quando cominciavano a svolgersi i veli sottili della nebbia di notte, sulla ferma umidità dei canali. Si sentiva allora l’odore morto degli stagni, odore di muri marci, di stracci bagnati, di muffa, come nelle case dei poveri."

Così si parla dei morti:

"Pensava all’inutilità dei cadaveri, che bisogna vegliare, lavare, seppellire. Sarebbe bello che la morte li disfacesse, come distrugge i sensi, la ragione, la coscienza, la forza dell’individuo; quando uno muore non dovrebbe rimanere niente di lui, una nuvola, un respiro, e il posto vuoto dove è caduto."

Così viene descritto un posto:

"Il resto è tutto canna alta, dove si può nascondere un esercito, basta un passo per rendere invisibili. La canna poi fa rumore di notte, sembra sempre piena di gente, viva, fruscii e cigolii e schianti, muoversi di animali cauti, e non si sa se siano con le ali o a quattro zampe, non si sa che cosa siano, se volino o camminino. Pare che il sentiero finisca, ci si trova bruscamente con le canne che ti sbattono sulla faccia, invece è solo una svolta; riprende, ma sempre chiuso fra i due muri ondeggianti. “Un posto magnifico”, diceva il Comandante."

Così sono descritti i buoni ma ignavi:

Alla fattoria gli fecero festa. Un uomo che arriva inaspettato il giorno di primo d’anno porta fortuna. Era una brava famiglia di contadini, contrari ai fascisti e ai tedeschi, ma paurosi, aggrappati alla loro pace, attenti a non farsi acchiappare in un rastrellamento e a ripararsi dagli apparecchi. I partigiani erano, per essi, persone strane, forestiere, astratte, leggendarie: non concepivano che uno come loro, uno del paese fosse un partigiano, si chiamasse non più Antonio ma “La Disperata”, girasse con un’arma sotto la mantella."

Così è descritto l’inverno:

Fuori era un freddo terribile. Il sole gelido cadeva sulla neve dura come la pietra. La tramontana precipitava a tratti, scuotendo la nuda immobilità della campagna, il cielo curvo e vuoto. (…)
Il freddo lo stringeva come una catena, gli segava le dita. Da un pezzo non lo aveva sentito così profondo, quasi venisse dalla terra, salisse dalle radici come un’animale all’assalto, ad occupare ogni limite o contorno, mutando forme e luci nel morto cerchio del paesaggio
.”

Così la Resistenza:

Per le strade non c’era quasi nessuno. Qualche donna con la testa fasciata dallo scialle, degli uomini rari, con l’aspetto affaticato e innocuo. I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l’azione dove nessuno l’aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno.”

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I nostri anni Ottanta