Cocci

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L’ultima notte che c’insultammo al telefono ero sull’Amiata. Lei quasi in Lazio.
In un minuto eravamo passati dai pretesti alle offese. Ci chiudemmo il telefono in faccia. Ci richiamammo, spinti da brevi impulsi di riparazione e sensi di colpa.
“Vengo là. Parto adesso”, dissi riacquistando un linguaggio civile.
: cento chilometri di curve e foreste con una Panda azzurra che toccati i novanta cominciava a vibrare. Sarei arrivato all’alba.
“Non venire. Dico davvero”, rispose.

Non avevamo cellulari. Riagganciai e partii. Comprai quattro Ceres in un bar indecente. Bevvi la prima in un unico sorso. Tornai dentro e ne comprai un’altra, perché una birra bevuta in un solo sorso garantisce una specie di bonus, non conta, si annulla da sé.

Superai le segherie di Abbadia San Salvatore. Pensai alle due idee di lavoro di cui parlava Ennio Flaiano. Da una parte, l’impiego come prosecuzione del ciclo infantile di doveri, sorveglianza e punizioni: il lavoro dipendente. Dall’altra, la prosecuzione dell’aspetto ludico: il lavoro creativo.
Non avevo né l’uno, né l’altro.
Superai i bastioni di Santa Fiora. Pensai alle notti passate con lei nudi in macchina sul Trasimeno l’estate che avevamo deciso di fermarci su ogni tratto disponibile di riva fino a battere l’intero perimetro del lago.
Cantai “In a fast german car, I’m amazed that I survived, an airbag saved my life”, ma la mia macchina era italiana, sprovvista di airbag, e vibrava come una lamiera al vento.

Terminando la seconda Ceres (in verità: la terza) varcai i vapori di Saturnia.
Pensai a come sarebbe cambiato il mondo se i cani fossero in grado di organizzare per sé stessi un capillare sistema di servizi sanitari e condutture fognarie.
Immaginai il pubblico dei Radiohead come un esercito di persone timide, curve sulle spalle, bastonate dalla vita.
A Marsiliana attraversò la strada una famiglia di istrici.
Alla terza Ceres (quarta), pensai che sì, l’avrei convinta: per rimettere insieme i cocci sarebbe bastato un viaggio in Laos.
Avevamo ancora più affinità che divergenze. Arrivai quasi a convincere me stesso. A volte, da ubriaco, potevo trasformarmi in un politico di rango.
Il politico con più consenso dell’epoca possedeva tre canali televisivi, ne controllava altri due, e per quanto mi riguarda i giornalisti di quei canali erano anche troppo severi. Immaginai quel politico accanto a me; eccolo che sorrideva con la sua bocca larghissima cercando il disco giusto (“Cos’è questa roba da Berlino Est? Adesso mettiamo Tony Renis”); eccolo che mi stappava una birra (“Se non è almeno la quarta, non sei un vincente”, e in effetti era la quinta); ora mi dava di gomito e urlava di entusiasmo all’idea di correre insieme verso la reconquista: convincere un’altra cliente. La più difficile. Una cliente perduta.

La strada si distese oltre la laguna. Parcheggiai sotto la collina di Ansedonia. Camminai fra le case dei romani ricchi sprofondati nel sonno, fin sotto la finestra aperta della sua stanza. Fischiai la melodia di un cartoon che piaceva a entrambi. Lei scese. Scosse la testa. Era sinceramente dispiaciuta che avessi fatto tutta quella strada.

“Insomma non c’è modo?”
“No”.

Me ne andai mentre una luce di pre-aurora invadeva la campagna colorando i nostri visi di una distanza nuova e definitiva. Bevvi in un sorso la birra calda che avevo lasciato in macchina (la sesta, ma depennando le due scolate d’un fiato: la quarta). Pensai a Lev Trotskij nel momento in cui Ramon Mercader gli aveva frantumato il cranio con un piccone in una stanza male ammobiliata di Città del Messico: Ramon Mercader fratello di Maria Mercader moglie di Vittorio de Sica, Maria Mercader madre di Christian de Sica, da Lev Trotskij ai Vanzina e poi la bolla del Nulla, un secolo e un mondo dalla tragedia alla farsa, la fine di tutto.

Nel rettilineo di Colle Lupo vidi un ragazzo che camminava a bordo strada col pollice alzato. Accostai. L’unica persona che avevo caricato prima di allora era stato un tedesco anziano di nome Ulf, sulla strada del fiume. Dai finestrini spalancati arrivava un odore tremendo di escrementi. “Sai, i fertilizzanti usati per il mais…”, avevo detto come per scusarmi dell’inadeguatezza della mia terra, ma l’odore proveniva da lui.

Il ragazzo salì. Tornava da Firenze, dal concerto dei Radiohead. La tratta del bus notturno non comprendeva il suo paese, così era sceso sulla statale e si era incamminato verso casa. Non sembrava sfiorato dallo spettacolo eccezionale che doveva aver visto, da una notte plausibilmente avventurosa, dalla fortuna di un passaggio all’alba, dagli occhi gonfi e rossi del ragazzo sconvolto alla guida della tremolante Panda azzurra su cui era salito.

“Ti porto a Manciano?”
“Eh?”
“Hai detto Manciano? In paese?”
“Sì, sì. Quando ci siamo ti dico”.

Guardava fuori dal finestrino e sul suo Nokia. Nessun concerto a piazzale Michelangelo, per me: avevo investito quei soldi, i pochi rimasti, in alcune birre e un pieno di benzina per seppellire una storia.
“Airbag l’hanno suonata?”
“I titoli non li conosco”.
“Ah. Vuoi un po’ di birra?”
“La Ceres fa schifo”.
Una smorfia di nausea. Si concentrò fuori dal finestrino. Poi sul Nokia.
“Ma com’è stato?”
“Ma sì, non male, dai”.

Cominciammo a risalire i tornanti verso la rocca del centro storico. Raggiungemmo la piazza più alta.
“Lasciami qui”.
“Sai se c’è un bar? Devo mangiare”.
“Non vedi? Sono le sei. Sono chiusi”.

Si allontanò lasciando lo sportello aperto. Gli occhi fissi sul Nokia.
Lo guardai sparire. Restai sdraiato nella piazza finché non fu davvero giorno.

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Appunti sulle Foreste Casentinesi 2 - La Verna