Come fai a non vedere la mostra di Beato Angelico?

L’ultima mostra monografica fiorentina su Beato Angelico si era tenuta settant’anni fa.
Dopo quattro anni di lavoro, portati avanti da Carl Brandon Strehlke, curatore emerito del Philadelphia Museum of Art, Stefano Casciu, Direttore Musei Nazionali della Toscana, e Angelo Tartuferi, già Direttore del Museo di San Marco, lo scorso settembre è stata inaugurata la più grande esposizione di sempre sulle opere del frate domenicano.
La mostra raccoglie una collezione di dipinti, disegni, sculture e miniature provenienti da musei, collezioni, chiese, biblioteche italiane e internazionali, e unisce le opere giunte a palazzo Strozzi con quelle “residenti” al Museo di San Marco.
Si è aperta il 26 settembre 2025 e si concluderà, salvo proroghe, il prossimo 25 gennaio.

La ricchezza della mostra è sterminata, come le cose che meriterebbero un approfondimento.
Prenderò qui in esame solo poche cose: la grande commissione di Palla Strozzi per la Deposizione di Santa Trinita, le opere di miniatura, il Giudizio Universale.

Nomi

Quando nacque, nel 1395 circa, nel comune di Vicchio (terreno fertile: do you remember Giotto di Bondone?), il suo nome era Guido di Pietro.
In alcuni documenti del 1418 è ricordato come "Guido di Pietro dipintore", ma poco dopo prese i voti presso il convento di San Domenico a Fiesole, e il nome cambiò in "Frà Giovanni”.
Nel 1429 fu citato come “Frate Johannes Petri de Muscello".
La sua educazione artistica si svolse a Firenze nelle botteghe di Lorenzo Monaco.
Il fratello minore si chiamava Benedetto, e anche lui si fece frate.
Il suffisso “Angelico” cominciò a essere associato al suo nome già poco dopo la morte, avvenuta nel 1455.
Diventò Beato ufficialmente dal 1982, canonizzato da Giovanni Paolo II.
Fuori da questa girandola di appellativi sacrali, ce n’è uno più terreno e bizzarro, ma partecipe dello stesso tempo, e altrettanto significativo.

Palla Strozzi

Palla Strozzi fu protagonista di eventi che gli permisero di restare nella storia ben al di là del singolare nome. Nella Firenze del primo 1400 – cioè una delle prime tre città europee – fu uno dei più grandi personaggi. Aveva molto potere, ma anche una sterminata cultura e amore per l’arte. Era ricchissimo, il maggior contribuente della Repubblica Fiorentina. Rivaleggiò con i Medici nella fase decisiva della loro ascesa, e prima che Cosimo il Vecchio, nel 1434, lo costringesse all’esilio, riuscì, tra le altre cose, a commissionare due opere per il suo altare nella Basilica di Santa Trinita.
Una di queste la richiese a Gentile da Fabriano, e meriterebbe da sola un libro.

Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, 1423 circa - Galleria degli Uffizi, Firenze

L’altra a Lorenzo Monaco, che per sopraggiunta morte (1424) poté terminare solo le cuspidi e la predella: il resto lo fece Beato Angelico.

Probabilmente, prima di allora, non si erano mai visti in un dipinto dettagli naturalistici come i segni delle piaghe sul corpo di Cristo, le venature del legno della croce, i rivoli di sangue, la definizione di elementi di sfondo come le piante, le colline brulle della Palestina, le mura di Gerusalemme.
Tuttavia, a lasciare sgomenti sono altre cose: a distanza, è l’accordo impressionante tra i colori, i rosa e gli azzurri soprattutto, temperati da dosi più leggere di rosso, oro, verde scuro (piante) e i toni chiari delle superfici naturali e degli incarnati;
osservando invece da vicino, gli sguardi. Ogni personaggio ha uno sguardo completamente personale, non riproducibile, non simbolico né seriale: solo suo.
Fenomenali San Giovanni apostolo, la figura in azzurro, con lunghi capelli biondi, che sorregge dal basso il corpo di Gesù, e guarda verso l’alto; il dotto con cappuccio rosso che tiene la corona di spine e i chiodi, in cui è stato ravvisato il ritratto del committente Palla Strozzi; le donne sulla sinistra, con occhi all’apparenza trasparenti.

Beato Angelico, Deposizione di Santa Trinita, 1434 circa, Museo di San Marco, Firenze

Miniature

Tra il 1441 e il 1444, al termine dei lavori per il nuovo convento di San Marco e grazie alla munificenza di Cosimo de’ Medici (“il Vecchio”), Michelozzo di Bartolomeo realizzò quella che può essere considerata la prima biblioteca pubblica moderna. Nel 1808, con l’occupazione francese, il patrimonio inizio a disperdersi; nel 1867, con le soppressioni del Regno d’Italia, i volumi rimasti furono divisi tra la Biblioteca Medicea Laurenziana e la Biblioteca Nazionale.
In occasione di questa mostra, molti codici della biblioteca sono nuovamente esposti nella loro sede originaria.

Il cuore della biblioteca di San Marco era la raccolta di Niccolò Niccoli, umanista fiorentino che lasciò i suoi manoscritti a Cosimo il Vecchio e a un gruppo di amici perché fossero accessibili a studiosi scelti. Comprendeva testi sacri e profani in latino e greco, ma anche opere in ebraico e arabo, spaziando dagli autori classici a trattati teologici e patristici. Molti volumi ebbero un ruolo centrale nei dibattiti culturali e religiosi del tempo, come i testi greci usati al Concilio di Firenze (1439) per sostenere l’unione delle Chiese, o la Legenda aurea, una sorta di catalogo ispiratore di innumerevoli opere. Altri, come la Naturalis historia di Plinio, univano sapere enciclopedico e splendida miniatura. Questi codici ebbero grande impatto sulla cultura umanistica e sull’immaginario artistico di Angelico.

L’eccellente arte di Angelico nella miniatura si fondò su illustri precedenti: la tradizione camaldolese fiorentina di Santa Maria degli Angeli, portata alla massima fastosità da Lorenzo Monaco, e le botteghe cittadine come quella di Mariotto di Nardo, da cui Angelico trasse motivi ornamentali, impianto della pagina e sobrietà compositiva, reinterpretandoli in chiave personale.

Le opere maggiori comprendono il Messale 533, i Salteri di San Marco e il Messale 558. Angelico sperimentò su forma, colore e luce, ideando e supervisionando personalmente i programmi illustrativi, pur avvalendosi, secondo l’uso dell’epoca, di diversi collaboratori. Questa attività, in costante scambio con la pittura, contribuì a formare allievi e miniatori come Benozzo Gozzoli, Domenico di Michelino e Zanobi Strozzi.

Beato Angelico, Conversione di San Paolo, miniatura dal Messale 558, Museo di San Marco, Firenze.

Giudizio Universale

Avete mai visto, nei capolavori dell’arte figurativa, un Giudizio Universale dove la parte meno riuscita fosse l’Inferno, e la parte bella da risultare indescrivibile fosse il Paradiso? Eccolo.

In questa rappresentazione dell’Inferno è come se Angelico lasciasse trapelare il disprezzo per il male direttamente dalla sua scarsa cura: mentre ogni altra opera presenta fin nei dettagli più laterali la cura maniacale dell’orefice, è come se questo angolo fosse talmente disgraziato da essersi meritato la trascuratezza e il disinteresse dell’artista: i demoni sono stilizzati, quasi mal disegnati, i dannati solo abbozzati, i dettagli poco definiti. Se la produzione di Angelico è superiore a quasi tutto ciò che verrà dopo di lui, questo è un angolino che uscirebbe a pezzi dal confronto con altre rappresentazioni del fantastico o del mostruoso, basti pensare a una posteriore di pochi decenni, quella di Hieronymus Bosch.

Beato Angelico, Giudizio Universale, 1431, dettaglio - Museo di San Marco, Firenze.

Di contro, come dicevo, credo di non aver mai visto un Paradiso così bello.

La fila di sepolcri al centro e il sarcofago vuoto sono un saggio di dominio dello spazio prospettico, verso un orizzonte azzurro sfumato in lontananza, come nelle miniature francesi. La luce è chiara, distillata, a esprimere il lumen divino in cui, secondo la concezione filosofica di Tommaso d’Aquino, riluce l'ordine geometrico della creazione. La composizione dello spazio (una profondità che nessuno, a quel tempo, padroneggiava al suo livello), i dettagli delle piante, delle vesti, delle figure che si abbracciano e si prendono per mano, l’atmosfera di sospensione idilliaca, sono eccezionali.

Beato Angelico, Giudizio Universale, 1431, dettaglio. Museo di San Marco, Firenze.

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