I convitati di pietra - una fiaba nera

All’ultimo anno di liceo, una classe decide di impegnarsi in una riffa eterna: da quel momento, ognuno verserà ogni anno una somma, che sarà custodita in un fondo e fatta fruttare.
Se la aggiudicheranno, e spartiranno, gli ultimi tre sopravvissuti.



Ho amato questo libro fin dalla prima pagina.
Mi è sembrato una sorta di verbale dei carabinieri, o di atto notarile, però scritto da una specie di divinità dell’umorismo, o da un cantastorie macabro e allucinato.

Ci sono dentro le componenti classiche di Mari: scrittura sontuosa, apparente freddezza (che forse è solo anti-sentimentalismo), precisione chirurgica, un compiacimento nel ragionare che diventa divertimento per chi legge, la passione per il grottesco e la magica intrusione, dal mondo, di oggetti, feticci, ossessioni.
Con prevalenza, in questo libro, della componente ironica.

La gioia quasi fisica (ma non nel senso che intenderebbe Brodo) che ho provato leggendo le incursioni di Mari nel cinema e nel fumetto (incursioni da maestro: da parte di uno che ama cinema e fumetto al massimo livello) mi ha dato il colpo di grazia, ma già da un pezzo ero stato conquistato; un epilogo inevitabile visto che anch’io, come Luca Brodo e chissà quanti altri, mi sono trovato a dire ad alta voce, nei momenti più disparati e insignificanti, “Questo treno ferma a Tucumcari.”

Luca Brodo, allora: un personaggio mai visto e mai letto prima, almeno da me. Un leggendario onanista, erotomane assoluto nonché macumbeiro demoniaco, che, grazie alle parole del suo creatore, assurge a una dimensione mitica, una presenza costante e carismatica, il motore vitale della classe. Uno di quelli di cui gli altri pensano sempre, e sanno, “cosa farebbe se fosse qui”.

Ma la lista di personaggi indimenticabili è lunga quasi come tutta la classe: Mentasti e Piselli, i due malvagi sodali che da bulli liceali avanzeranno a truffatori e malviventi (tratteggiati come interisti - tocco sadico di classe - dal milanista Mari); la Bathory, probabile erede di una stirpe ungherese occasionalmente avida di sangue umano; la De Cruce, biologa marina che sogna, senza aver mai fatto immersioni, di vivere tra coralli e murene; Brancigalievore, che nutrirà rancore nella miseria fino a un duello western tra ultraottantenni;
Rivadeneyra, il gran ciambellano, custode ultimo della riffa.

Li ho visti definire macchiette, e forse scontano una certa meccanicità, un indiscutibile asservimento al loro deus ex machina; ma non erano macchiette certi individui con cui abbiamo dovuto condividere cinque anni di vita?
Non erano, anche, macchiette quello che restò famoso per aver indossato per ventiquattro giorni la stessa felpa di pile, quella che prendeva tutti 9 e che non fu mai sentita parlare, quello che cantava “A Livorno sono tutti degli ebrei” e oggi scrive per il Corriere della Sera, quello che avrebbe ereditato cinque alberghi, quella che ascoltava solo Bandabardò e Ska-P ?
Non è stato macchiettistico il fatto stesso di accettare come normale la costrizione a cinque anni (cinque anni! Per giunta, a un'età in cui ogni anno sembra ne valga, o ne costi, dieci) da passare in compagnia di perfetti sconosciuti, a schivare le stesse paure, a subire le stesse umiliazioni o anelare le stesse glorie, a sparlare o desiderare, creando le stesse piramidi sociali di sempre, ma con la differenza, rispetto alla vita adulta, di non poter nemmeno decidere se liberarsene?

Alla clausura imposta e alla carcerizzazione scolastica, reale per tutti, Mari oppone la fantasia, anche violenta: chi non ha mai immaginato atti voo doo contro compagni di classe dementi e bulli, o pratiche indicibili verso compagne inarrivabili, o inseguimenti e regolamenti di conti?
Chi non ha mai pensato a come, e quando, saremmo tutti morti?
Chi non ha mai pensato a un’idea disperata che riuscisse a conservare per sempre l’adrenalina di uno scopo decisivo?

Ho riso tanto, come non mi era mai successo leggendo un vincitore dello Strega; e forse potrebbe essere tutto qui.


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